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Non è la stessa storia, è lo stesso meccanismo: la lezione del 27 gennaio

Quando arriva il 27 gennaio, il rischio è sempre lo stesso: trasformare il Giorno della Memoria in una sorta di rito statico, una teca di vetro in cui conservare un dolore lontano per sentirci più giusti nel presente. Fiori, discorsi istituzionali e il rassicurante dogma che il “Male” sia un’entità confinata nel 1945, sigillata dietro il filo spinato di Auschwitz. Ma la verità è che la memoria non è un monumento polveroso, bensì un organismo vivo. Se la conserviamo solo come tributo al passato, smette di essere utile. La memoria deve essere uno strumento operativo, una bussola per navigare le tempeste etiche della nostra epoca. È qui che nasce il cortocircuito necessario con l’attualità, e in particolare con quello che accade negli Stati Uniti attraverso l’operato dell’ICE (Immigration and Customs Enforcement). Negli ultimi anni, i media ci hanno restituito immagini che hanno scosso le coscienze: bambini separati dai genitori, dormitori sovrappopolati dove la dignità umana sembra svanire sotto luci al neon perenni, e testimonianze di abusi sistemici. Il punto non è proporre un’equivalenza speculare — dire che “l’America è come la Germania nazista” sarebbe un’affermazione storicamente scorretta, intellettualmente pigra e ingiusta nei confronti delle vittime della Shoah. Il punto è un altro: usare la storia come un sistema di allerta. Cosa abbiamo imparato da quel passato per valutare il degrado dei diritti nel nostro presente? Qualche tempo fa, l’uso del termine “campi di concentramento” per descrivere i centri di detenzione dell’ICE ha scatenato un polverone politico e sociale. Molti si sono sentiti offesi, percependo l’espressione come un’esclusiva della Shoah. Tuttavia, un’analisi storica critica ci rivela una verità più complessa. Il “campo di concentramento” non è un’invenzione nazista; è una tecnologia di controllo politico nata molto prima, utilizzata per privare intere categorie di persone dei loro diritti civili e legali in nome di un’emergenza o della sicurezza dello Stato. La risonanza con il Giorno della Memoria risiede tutta qui: nella deumanizzazione burocratica. Quando un apparato statale smette di vedere “persone” e inizia a catalogare “numeri”, “clandestini” o “minacce biologiche e sociali”, si attiva lo stesso meccanismo psicologico che ottant’anni fa permise a cittadini comuni di considerare il vicino di casa come un problema amministrativo da risolvere. L’orrore non nasce mai dal nulla; è il punto d’arrivo di una lunga serie di piccoli passi legali, decreti e termini tecnici che rendono accettabile l’inaccettabile. Perché il paragone sia onesto, bisogna però tracciare una linea di demarcazione netta nell’intento. La Shoah è stata una macchina industriale senza precedenti, progettata meticolosamente per la cancellazione fisica e totale di un intero popolo. L’ICE, pur con le sue brutalità e le violazioni dei diritti umani ampiamente documentate, è un’agenzia di polizia che opera (almeno formalmente) all’interno di una cornice democratica, soggetta al controllo dei tribunali e della stampa. Tuttavia, proprio questa differenza rende il confronto fondamentale. Ci ricorda che la democrazia non è un vaccino permanente contro la crudeltà. Vedere agenti federali che separano famiglie al confine ci insegna che anche nelle nazioni che si definiscono “fari della libertà”, il potere può scivolare verso l’arbitrio e l’abuso se non trova resistenza. Il “Mai Più” non è un traguardo tagliato nel 1945, ma un esercizio quotidiano di vigilanza attiva. Forse il legame più profondo tra il 27 gennaio e la crisi migratoria moderna risiede nel ruolo dello spettatore. Durante la Shoah, gran parte della popolazione europea scelse la “zona grigia”: sapevano o intuivano che qualcosa di terribile stava accadendo, ma scelsero il silenzio per autodifesa o indifferenza. Oggi, quella giustificazione è caduta. Grazie ai social media, ai video girati con gli smartphone e al giornalismo d’inchiesta, vediamo in tempo reale le lacrime dei bambini e il degrado dei centri di detenzione. Non possiamo più dire “non sapevamo”. In questo senso, il Giorno della Memoria smette di essere una cerimonia e diventa uno specchio scomodo. Ci pone una domanda diretta: se fossi vissuto allora, da che parte saresti stato? E oggi, mentre la dignità umana viene calpestata ai confini di una grande democrazia, cosa stai scegliendo di fare? Confrontare questi due mondi non serve a “misurare” il dolore o a stabilire una gerarchia della sofferenza. Serve a usare la storia come una lente d’ingrandimento. Ci aiuta a capire che la democrazia inizia a sgretolarsi nel momento in cui accettiamo che un governo possa privare i più vulnerabili del loro nome e della loro storia. Quando la legge viene usata non per proteggere, ma per segregare, stiamo già camminando su quel sentiero pericoloso che la memoria ha il compito di illuminare, affinché non venga percorso mai più fino in fondo. Dott. Manuele Franzoso – Vice presidente Centro Pertini Bologna

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